| |

La sorgente

Il santuario della Vergine di Canneto

La centralina di Grottacampanaro

Il lago artificiale di Grottacampanaro

Il ponte Romano nei pressi di Casalvieri

La confluenza con il Mollarino nei pressi di Atina

Le gole del Melfa

Il ponte Vecchio a Roccasecca

La morte di un fiume |
|
Nella verdissima valle di Canneto, luogo ameno e centro di culto
cristiano nel parco nazionale d’Abruzzo-Lazio-Molise, nasce uno dei
fiumi più belli del centro Italia. Qui dalla roccia del Monte Petroso,
sgorgano le acque gelide e limpide del Fiume Melfa.
L’origine etimologica
L’origine etimologica del fiume, lungo poco più di 40km, si fa risalire
al nome di una divinità pagana, venerata prima dell’avvento del
Cristianesimo nella valle. Si tratta della dea Mefiti, dea degli uomini,
pastori ed agricoltori e guerrieri. Infatti, nell’anno 1958, durante la
realizzazione delle captazioni idriche dell’Acquedotto degli Aurunci, in
Val canneto, sono stati rinvenuti resti di un tempio pagano fatto
risalire al IV secolo a.C. Lì oggi sorge il maestoso santuario della
vergine bruna di Canneto. Gran parte dei resti del tempio sono ancora
oggi sommersi da detriti alluvionali sparsi nella piana sottostante la
chiesa. Più volte è stata avanzata la richiesta di procedere allo scavo
archeologico al fine di riportare alla luce testimonianze di un antico
culto e di una civiltà, ma l’impresa è stata sempre considerata troppo
onerosa e di difficile attuazione. Resti del tempio pagano si trovano
ancora oggi conservati presso la Crpita del santuario di Canneto.
La
sorgente
La
sorgente del Melfa, da sempre identificata con quella di Capo d’Acqua,
immediatamente sotto la chiesa, è in realtà una delle tante sorgenti del
Melfa, che in passato formava sotto la chiesa un immenso lago, oggi in
parte risorto grazie all’intervento del Parco. In passato, ricordano gli
anziani del luogo e pellegrini, “il santuario giaceva solitario, di
pietra levigata costruito, su una terrazza rocciosa e dominante su una
conca che raccoglieva le acque dei ruscelli provenienti dall’Acquanera,
dal Petroso e dalla Valle del Meta”. E’ lecito quindi pensare che non
esista una sola sorgente, ma più sorgenti che unendo le loro acque
formassero un lago da cui partisse poi il corso del Melfa. Di quei
ricordi la realtà ha difeso solo le fonti dell’Acquanera e di Capo
d’Acqua. Queste sono solo alcune delle sorgenti che sgorgano abbondanti
in inverno, meno floride d’estate, ma pur sempre ricche di fascino per
il contesto ambientale in cui si trovano e che accompagnano gli
escursionisti al Monte Meta ed al valico dei Tre Confini.
La
captazione in Val Canneto
Ma
negli anni 50, l’esigenza di una costante fornitura idrica ai comuni
della bassa Ciociaria e del versante orientale degli Aurunci, portò a
realizzare una captazione idrica nei pressi di Capo d’Acqua. Chi ne da
notizia ha un nonno che lavorò alla sua realizzazione. Così commenta
Armando Giuseppe Moretti: “nella valle di Canneto prima che iniziassimo
i lavori c’era un lago d’acqua… ma non pensavamo di trovarci di fronte
ad un lago ancor più vasto nel sottosuolo. Si scendeva attraverso una
porta ed una scala per poi prendere ancora un’altra scala che ci portava
davanti al centro di raccolta dal Petroso. Un’immensa quantità d’acqua
scorreva lì sotto e freddissima come la neve sciolta”. Oggi la sorgente
di Capo d’Acqua non rappresenta altro che l’eccesso di acqua che esce
dagli sfioratoi della condotta forzata che conduce dapprima ad un
ripartitore esattamente sotto la chiesa, per poi distribuirsi con le
condutture destinate ai vari paesi, alcuni dei quali anche in provincia
di Latina.
Da
Canneto a Grottacampanaro
Dalla verde valle di Canneto il fiume, ancora allo stato torrentizio, si
snoda tra monti che precedono il paese di Picinisco. Paradossalmente,
qui già potremmo dire che il Melfa termina il suo corso, sbarrato,
infatti, da una diga imponente di 45mt ad arco che ne blocca le acque
per costituire un deposito idrico sfruttato da una seconda centrale
idroelettrica. Dalla diga di “Grottacampanaro”, questo il suo nome, la
maggior parte delle acque è condotta forzatamente in una tubatura di
circa 25km che perfora i monti da Picinisco, fino al Monte Cifalco, nel
territorio di Sant’Elia F.R. Da qui, seguendo una condotta a gravità
scende in pianura nella centrale dell’Olivella per essere infine
rilasciata nel Fiume Rapido. Così avviene ormai dal 1953, data di
ultimazione dei lavori della diga. La diga di Grottacampanaro
costituisce un serbatoio di riserva dell’Enel dal 1953 e nei periodi
estivi (giugno-agosto) il lago artificiale viene riempito fin quasi al
ciglio della diga stessa. E’ il periodo migliore per apprezzare la
bellezza delle acque limpide del Melfa che si ripopolano di Trote (la
Fario in modo particolare).
La
sorgente Schioppaturo
Le
residue acque del Melfa, così impoverito, vengono in parte rialimentate
da una sorgente “Lo schioppaturo” in località Ratisca, in Picinisco. In
questa località un tempo esisteva una centrale idroelettrica, la
Centrale Visocchi. Di quella centrale è rimasto un capannone con le
antiche turbine e lo sbarramento artificiale (oggi utilizzato dall’ENEL
come bypass per alimentare una centralina idroelettrica più a valle nei
pressi di Borgo Castellone). La centrale doveva probabilmente captare
acque di gravità che giungevano da uno degli scarichi laterali della
diga di Grottacampanaro. Oggi l’acqua destinata a quelle condutture,
fuoriesce formando una cascata spettacolare nei periodi di
luglio-agosto. Queste acque sono liberate al fine di aumentare la
richiesta idrica per le irrigazioni della pianura di Atina. Ancora nel
territorio di Picinisco il fiume attraversa uno dei borghi più
spettacolari della zona, quello del Castellone, ove in passato doveva
trovarsi probabilmente una cartiera, e che i residenti attuali hanno
restaurato portandolo a livelli di splendore notevole. Qui il fiume
scorre letteralmente tra le case ed i prati verdissimi.
Il
Melfa dopo Atina e l’incontro con il Rio Mollarino ed il Rio Molle
Dopo
aver lambito le terre di Picinisco e Rosanisco, il fiume volge alla
volta di Atina dove riceve, in località Ponte Melfa, il suo maggior
affluente di sinistra, il Rio Mollarino. Anche qui, il fiume è sbarrato
da una paratia che, durante i periodi estivi, ne dirotta le acque per
l’irrigazione dei campi. Lasciata Atina l’ormai scarsissima acqua
raggiunge Casalattico, dove il Melfa riceve da destra il Rio Molle, le
cui acque sempre vive giungono dalle alte cime dell’appennino centrale
in zona Forca d’Acero. In parte rialimentato da questo torrente, il
fiume giunge a Casalvieri salutato sulla destra da uno splendido ed
antico casolare detto “Casale Zincone”. Qui il fiume è attraversato da
un ponte di epoca romana ancora quasi interamente intatto. Arriviamo
pertanto nella frazione Plauto dove il Melfa sta per inserirsi in uno
scenario davvero suggestivo ed oggi sito di interesse comunitario e zona
di protezione speciale (SIC-ZPS), le “Gole del Melfa”.
Le
Gole del Melfa
Il
Melfa delle Gole è sicuramente il tratto più caratteristico che lo
qualifica per alcuni aspetti come fiume alpino. Nella forra il fiume è
circondato da alberi secolari, querce, leccete, faggi, e sempre qui il
Melfa nei secoli ha scolpito la roccia, oggi levigata e bianca. Di
questi segni, i cui autori sono solo tempo e pressione, si ammirano
ancora oggi esempi meravigliosi, come le “Marmitte”. Affiancato dalla
strada provinciale cosiddetta “Tracciolino” che collega Roccasecca a
Casalvieri, il fiume riceve altri due affluenti, il cui regime idrico è
però fortemente condizionato dalle precipitazioni piovane: Rio Inferno e
Rio Pietraia e Rio Contieri. Quest’ultimo, di particolare bellezza,
forma una serie di cascatelle e piscine prima di buttarsi nel Melfa con
un salto di 15mt. Negli ultimi anni, grazie al contributo della XV
comunità Montana ed un esperto escursionista (Carlo Scappaticci), è
stata tracciata la mappa dei sentieri che permette di osservare da
vicino questi corsi così spettacolari. Giunti a metà Gole si passa sul
versante opposto del fiume attraverso il Ponte delle Valli (punto
strategico durante l’ultimo conflitto mondiale) e da qui, ammirando le
meravigliose falesie, delizia degli arrampicatori, si giunge a
Roccasecca, salutati sulla destra dal solitario, ma affascinante Eremo
dello Spirito Santo, sovrastato dalle Grotte preistoriche. Esattamente
al disotto dell’Eremo il fiume forma una bellissima cascata di 6mt “il
Muraglione”. In realtà la cascata si formò in seguito ad uno sbarramento
artificiale realizzato per fornire un mulino poco più a valle. Ancora
oggi si osserva la presa del canale con i solchi delle paratie di legno.
Il
Melfa a Roccasecca
Giunti a Roccasecca il fiume attraversa dapprima il Ponte Vecchio di
epoca romana (distrutto dai tedeschi in ritirata durante l’ultimo
conflitto mondiale e poi ricostruito) e successivamente, con acque calme
fino alla sua foce con il Liri, nei pressi di San Giovanni incarico.
Proprio prima della sua foce, il fiume dovette essere attraversato dallo
storico Strabone che lo definì megàs potàmos, cioè “grande fiume” .
Così, infatti appare il letto del fiume, ormai siccitoso, in località
San Vito (Roccasecca), testimonianza preziosa delle reali dimensioni del
corso d’acqua e della sua portata a volte tacita, altre volte devastante
con straripamenti violenti.
Il
Melfa oggi
Oggi
il fiume è ridotto ad un rigagnolo vergognoso, che a stento raggiunge
Atina. Ben 30km lontano dalla sua foce. Dal 1953 il Melfa è stato
oggetto di violenze ed abusi mai puniti. Considerato oggetto di privati,
le sue acque sono state più volte deviate, inquinate e abusivamente
sbarrate. La diga di Grottacampanaro ne ha deviato letteralmente le
acque in un altro corso d’acqua (il Fiume Rapido) che ancora oggi scorre
abbondante a Cassino con le acque del Melfa. In tempi recentissimi, la
povertà d’acqua ha indotto un consorzio per l’irrigazione alla
realizzazione di un sistema irriguo senza alcuna autorizzazione da parte
di organi competenti, senza indagini di valutazione di incidenza
ambientale e all’oscuro di tutti. Non da ultimo due scandali di
rilevanza mediatica, subito messi a tacere: l’avvelenamento delle trote
in località Picinisco, dove sorge uno stabilimento chimico proprio a
ridosso del fiume, e lo sbarramento abusivo del rio Molle esattamente
alla foce col Melfa. Alle numerose lettere di chiarimenti e di
interventi vari, all’azione sostenuta da Astrambiente, WWF,
www.fiumemelfa.it, si sono
susseguite sempre tiepide se non fredde operazioni di intervento, mentre
i lavori abusivi più volte segnalati non sono mai stati puniti. Con
un’ordinanza regionale del 22/12/2006 è stata ottenuta la sospensione
provvisoria dei lavori del sistema di irrigazione a pioggia, ma dopo
qualche mese tale ordinanza sembra essere stata revocata in attesa di
ricevere tutta la documentazione di conformità del progetto. Ci
chiediamo quali progetti vengono realizzati senza conformità iniziali
valutate e approvate da organi competenti. Sul fiume Melfa questo è
successo, sta succedendo e probabilmente succederà ancora. A nulla sono
serviti sforzi e manifestazioni per risollevare il problema tra la
gente. E’ stato realizzato questo sito internet con tantissime foto per
illustrare lo splendore del fiume con la sua acqua. Con i rilasci idrici
richiesti all’Enel sono stati realizzati 3 raduni canoistici di
rilevanza nazionale e con partecipanti internazionali. Con la forza
pacifica dello sport si è voluto dimostrare la naturale bellezza di un
fiume che oggi non c’è più. Sono stati realizzati lavori e sentieri
turistici avvincenti e caratteristici, ma nessuno ha preso le difese di
un fiume senza acqua. E ancora oggi qualcuno mina le sorti del fiume,
appropriandosi di diritti che non ha e contro i quali è promessa dura
lotta dalle succitate associazioni. Ma è il consenso del popolo è
l’arbitro di questa partita e quel popolo all’appello ancora non ha
risposto, lasciando così che il vecchio caro Melfa muoia ogni giorno di
più.
Questa è la storia di un fiume, un fiume che una volta c’era, ma che
oggi tra l’incuria e gli interessi economici, tra gli abusi e la
prepotenza sta lentamente scomparendo. Non è un caso che in alcuni
atlanti il Melfa sia stato persino classificato a Torrente. E’ infatti
grazie alla Natura, a Giove Pluvio, che oggi, forse per qualche giorno
ancora, torniamo a vedere scorrere il megas potamos.
a cura di Marco Cinelli
|
|